Nota a Cass. 5 dicembre 2018, n. 31495

Francesco Belmonte

L’onere del ripescaggio risulta provato se il datore di lavoro dimostri l’impossibilità di una diversa collocazione del dipendente licenziato e qualora non siano effettuate, per un congruo periodo di tempo successivo al licenziamento, nuove assunzioni anche in una differente società rispetto a quella in cui era addetto il lavoratore, qualora sia ravvisabile un unico centro di imputazione dei rapporti di lavoro.

A statuirlo è la Corte di Cassazione (5 dicembre 2018, n. 31495) in relazione al licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimato ad un lavoratore a causa di una riorganizzazione aziendale “per una criticità del mercato nazionale produttiva di un documentato calo delle vendite”, che aveva comportato anche la soppressione “dell’area Nielse 1 (comprendente Lombardia, Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta)”, riguardante il settore vini e diretta dal prestatore medesimo.

Diversamente dalla Corte di Appello, che aveva ritenuto legittimo il licenziamento e, in particolare, provato l’onere di ripescaggio, non esistendo, al momento del provvedimento espulsivo (3 maggio 2011), posizioni disponibili per la ricollocazione; i giudici di legittimità hanno reputato che la società datrice di lavoro non aveva dimostrato l’impossibilità di una diversa collocazione del lavoratore, in quanto, a poca distanza dal licenziamento, aveva effettuato due nuove assunzioni alle dipendenze di una differente società, parimenti riconducibile al medesimo centro di imputazione dell’impresa cui era addetto il dipendente licenziato.

Ai fini della legittimità del licenziamento, infatti, il datore di lavoro che adduce a fondamento del recesso la soppressione del posto di lavoro, “ha l’onere di provare che al momento del licenziamento non sussisteva alcuna posizione di lavoro analoga a quella soppressa alla quale avrebbe potuto essere assegnato il lavoratore licenziato per l’espletamento di mansioni equivalenti a quelle svolte, tenuto conto della professionalità raggiunta dal lavoratore medesimo e deve inoltre dimostrare di non avere effettuato per un congruo periodo di tempo successivo al recesso alcuna nuova assunzione in qualifica analoga a quella del lavoratore licenziato” (cfr., tra le tante, Cass. n. 13112/2014 e Cass. n. 7381/2010).

Per la Corte, l’errore di diritto commesso dai giudici di merito «consiste proprio nella valutazione, per così dire, “istantanea” della possibilità di collocazione del predetto (n.d.r. lavoratore), anziché in riferimento ad un congruo arco temporale successivo, nel quale non vi siano state nuove assunzioni nella stessa qualifica del lavoratore licenziato, rilevante quale presunzione semplice di effettiva impossibilità di utile (re)impiego del lavoratore” (Così, Cass. n. 13116/2015 e Cass. n. 13112/2014, cit.).

(In argomento, v. anche Cass. n. 17368/2016, in questo sito, con nota di G.I. VIGLIOTTI, Licenziamento economico e «repêchage» nei gruppi societari).

Prova del repêchage nei gruppi societari
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