Non serve la prova di una crisi aziendale o di una congiuntura sfavorevole: secondo la cassazione è sufficiente l’accertamento di una effettiva ed oggettiva modifica degli assetti aziendali volta al miglioramento dell’organizzazione.

 Nota a Cass. 4 gennaio 2019, n. 87

 Gennaro Ilias Vigliotti

Il licenziamento del dipendente per crisi aziendale, ristrutturazione, riorganizzazione o modifica rilevante degli assetti societari da parte del datore di lavoro risponde ad una scelta imprenditoriale che è essenzialmente insindacabile dal giudice del lavoro, il quale non può sostituirsi al titolare dell’azienda per l’adozione delle più rilevanti decisioni circa la conduzione dell’impresa.

In conseguenza di tale principio, oramai ius receptum nella giurisprudenza della Corte di Cassazione, devono intendersi come ipotesi di ingiustificatezza del recesso per motivi organizzativi ed economici solo quei casi in cui il licenziamento non sia in realtà sorretto da alcun motivo o sia sorretto da un motivo pretestuoso ed elusivo delle regole dell’ordinamento (si pensi, ad es., al licenziamento discriminatorio o ritorsivo).

L’unico limite che incontra il datore di lavoro, dunque, è quello della rigorosa prova del motivo economico/organizzativo: la riorganizzazione o la ristrutturazione degli assetti societari va supporta con solidi elementi probatori, in grado di meritare il convincimento favorevole del giudice.

Il principio in parola è stato recentemente confermato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 87 del 4 gennaio 2019. Secondo i giudici della Sezione Lavoro, infatti, il licenziamento del dirigente, motivato dalla soppressione della mansione conseguente all’unificazione di due filiali aziendali, è da ritenersi legittimo anche a prescindere dalla sussistenza di una situazione di crisi dell’impresa, potendo tale scelta essere adottata anche nell’ottica di una riduzione dei costi e di conseguente ottimizzazione delle risorse.

In particolare, il datore di lavoro aveva licenziato il proprio direttore generale per abbassare il livello delle uscite economiche in vista di un processo di sostanziale dismissione dell’azienda, essendo, in questo senso, del tutto ragionevole puntare alla diminuzione dei costi anche attraverso il solo licenziamento del dipendente di maggior “peso” retributivo, soprattutto qualora la stessa funzione di questi all’interno dell’organizzazione produttiva risulti, come nel caso di specie, in via di esaurimento per ragioni oggettive.

La tutela del dirigente rispetto al licenziamento datoriale di tipo oggettivo/economico, dunque, si concentra essenzialmente sulle sole ipotesi in cui emerga l’intento, unico e manifesto, del datore di lavoro di liberarsi della persona del lavoratore di vertice, utilizzando, a tal fine, una motivazione solo apparente e non sorretta in realtà da concrete ed effettive scelte imprenditoriali. Per queste ragioni, è sempre richiesta in giudizio, essendo per legge posto sul datore di lavoro l’onere della prova della giustificatezza del licenziamento, una verifica puntuale e specifica delle motivazioni addotte per argomentare l’atto espulsivo comminato.

Il taglio dei costi autorizza il licenziamento del dirigente
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: