In caso di riconoscimento da parte dell’Inail dell’infortunio sul lavoro o della malattia professionale, la responsabilità datoriale non è automatica.

Nota a Cass. 1° giugno 2020, n. 10404

 Flavia Durval e Alfonso Tagliamonte

Il riconoscimento dell’infortunio o della malattia professionale da parte dell’Inail non comporta automaticamente la responsabilità del datore di lavoro per i danni patiti dal dipendente. Grava sul lavoratore, che abbia contratto una malattia professionale, dimostrare l’inadempimento datoriale e il nesso di causalità con il danno subìto.

Questa, l’importante decisione della Corte di Cassazione 1 giugno 2020, n. 10404 (conforme a App. Bari n. 1445/2014), secondo cui: “la responsabilità dell’imprenditore per la mancata adozione delle misure idonee a tutelare l’integrità fisica del lavoratore discende o da norme specifiche o, nell’ipotesi in cui esse non siano rinvenibili, dalla disposizione di ordine generale di cui all’art. 2087 c.c., costituente norma di chiusura del sistema antinfortunistico estensibile a situazioni ed ipotesi non ancora espressamente considerate e valutate dal legislatore al momento della sua formulazione e che impone all’imprenditore l’obbligo di adottare nell’esercizio dell’impresa tutte le misure che, avuto riguardo alla particolarità del lavoro in concreto svolto dai dipendenti, siano necessarie a tutelare l’integrità psico-fisica dei lavoratori” (l’indirizzo è consolidato: v. Cass. nn. 22710/15; 18626/13 e 17092/12).

In forza dell’art. 2087 c.c., dunque, il titolare dell’impresa è tenuto a proteggere i lavoratori (e chiunque sia esposto agli effetti della produzione) da tutti i rischi scaturenti dall’attività di impresa secondo il principio “massima sicurezza tecnologicamente possibile”, alla luce delle disposizioni legislative come delle “buone prassi” e delle “linee guida”. Nell’ambito di tali rischi emerge oggi quello della contaminazione biologica (v. già D.LGS. n. 81/2008, Titolo X), soprattutto in termini di profilassi igienica e riorganizzazione delle procedure di lavoro. Per cui il datore di lavoro è tenuto ad adottare tutte quelle misure di sicurezza idonee a ridurre il grado probabilistico di contagio presente nello svolgimento dell’attività produttiva in modo da ricondurlo nell’area del rischio consentito alla luce della normativa in materia.

Per tale via egli, in seguito alle misure emanate in occasione della “pandemia”, è ora tenuto a considerare oltre ai rischi “endogeni” all’attività aziendale, in quanto direttamente correlati al lavoro, anche quelli “esogeni”, cioè determinati da circostanze ambientali estranee ai rischi specifici aziendali (e in tal modo sostanzialmente convertiti da rischi “generici” a rischi “specifici”). La natura del rischio Covid-19, infatti: “pur essendo certamente un rischio (biologico) non (direttamente e strettamente) aziendale (salvo ovviamente che per le aziende del settore sanitario), ma esterno/generale, esso si trasforma in rischio (generico, ma aggravato) “interno” per i lavoratori che possono esserne esposti e, di conseguenza, va valutato dal datore come rischio (anche) aziendale e, in questo senso, specifico”. Ciò, in quanto il documento di valutazione del rischio “deve essere aggiornato nel momento in cui un qualsiasi fattore di rischio, diverso o incrementato rispetto al pregresso assetto aziendale, renda necessario un adeguamento delle misure di prevenzione, anche in termini di modifiche organizzative”. (Così, G. NATULLO, Covid-19 e sicurezza sul lavoro: nuovi rischi, vecchie regole? WP CSDLE “Massimo D’Antona, IT – 413/2020, 14-15).

Al riconoscimento dell’infortunio o della malattia professionale non consegue automaticamente anche il riconoscimento di responsabilità del datore di lavoro ai sensi dell’art. 2087 c.c. (v. Cass. n. 3366/2017) poiché il lavoratore, che lamenti di avere contratto quella malattia, ha l’onere di provare il fatto che costituisce l’inadempimento ed il nesso di causalità materiale tra l’inadempimento ed il danno.

Tale principio, per cui la responsabilità dell’impresa non si basa sul mero presupposto della riconducibilità dell’infortunio all’attività lavorativa (v. Inail, Comunicato 15 maggio 2020), si pone in linea con la recente normativa in tema di equiparazione del contagio Covid-19 all’ipotesi di infortunio sul lavoro (Inail, Circ. nn. 13/2020 e 22/2020.) Nello specifico “la responsabilità del datore di lavoro è ipotizzabile solo in caso di violazione della legge o di obblighi derivanti dalle conoscenze sperimentali o tecniche, che nel caso dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 si possono rinvenire nei protocolli e nelle linee guida governativi e regionali di cui all’articolo 1, co. 14 D.L.16 maggio 2020, n. 33” (Inail Circ. n. 22/2020, cit.). Come opportunamente rilevato dall’Istituto (ult. Circ. cit.), “i presupposti per la responsabilità penale e civile…devono essere rigorosamente accertati con criteri diversi da quelli previsti per il riconoscimento del diritto alle prestazioni assicurative. In questi, infatti, oltre alla già citata rigorosa prova del nesso di causalità, occorre anche quella dell’imputabilità quantomeno a titolo di colpa della condotta tenuta dal datore di lavoro… tenuto conto che è sempre necessario l’accertamento della colpa di quest’ultimo nella determinazione dell’evento”.

Pertanto, in caso di affezione da coronavirus determinata dall’ambiente di lavoro, si configura una responsabilità (civile o penale) dell’impresa solo qualora non siano state adottate le suddette misure contenute nelle norme speciali introdotte nel periodo di emergenza sanitaria. Sono cioè necessari: a) un inadempimento rispetto alle disposizioni speciali, le quali in materia di coronavirus sono rappresentate dalle linee guida emanate dalle autorità centrali e periferiche, nonché dal protocollo condiviso 24 aprile 2020, recepito dal Dpcm 26 aprile 2020, e dai protocolli regionali (v. art. 1, co. 14, D.L. n. 33/2020, cit.); b) la prova (a carico del lavoratore) che “la lesione del bene tutelato derivi causalmente dalla violazione di determinati obblighi di comportamento imposti dalla legge o suggeriti dalle conoscenze sperimentali o tecniche in relazione al lavoro svolto” (Cass. ord. n. 3282/2020, annotata in questo sito da F. BELMONTE, Infortunio sul lavoro e controllo datoriale).

La molteplicità delle modalità del contagio e la mutevolezza delle prescrizioni da adottare nei luoghi di lavoro, che sono oggetto di continui aggiornamenti da parte delle autorità sulla base dell’andamento epidemiologico, rendono peraltro estremamente arduo configurare la responsabilità civile e penale dei datori di lavoro.

Infortunio sul lavoro, responsabilità datoriale e Covid – 19
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