Giurisprudenza – CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 02 luglio 2020, n. 13625

lndennità sostitutiva del preavviso, Base giustificativa del
licenziamento non rinvenuta nella giusta causa, bensì nel giustificato motivo
soggettivo, Mancato o erroneo espletamento di una mansione che non era stata
attribuita al lavoratore, Fattuale riconoscimento della riconducibilità del
caso concreto nella fattispecie generale e astratta, Valutazione di fatto
devoluta al giudice del merito

 

Ritenuto in fatto

 

1. Con sentenza in data 28 luglio 2018, la Corte
d’Appello di Milano, in riforma della decisione resa dal Tribunale di Pavia, ha
dichiarato la legittimità del licenziamento, per giustificato motivo
soggettivo, a S.P. dalla J. Italiana s.r.l. con comunicazione del 14/10/2009, e,
per l’effetto, ha condannato l’appellante società a corrispondere al lavoratore
l’indennità sostitutiva del preavviso nella misura contrattualmente dovuta
oltre rivalutazione monetaria e interessi legali statuendo, altresì, che il P.
provvedesse alla restituzione della somma versatagli in esecuzione della
sentenza di primo grado.

In particolare, il giudice di secondo grado ha posto
in risalto le plurime inadempienze e trascuratezze circa le modalità di
redazione del piano finanziario, da redigersi presso il servizio di tesoreria,
che la Corte ha ritenuto costituire una delle competenze attribuite al P. già a
decorrere dal momento della sua assunzione presso la società pur essendo la
stessa, sulla base di una formazione professionale progressiva, diventata mansione
centrale solo in occasione della redazione del piano valevole per l’anno 2010.

1.1. Valutando le risultanze probatorie acquisite il
Collegio ha, quindi, ritenuto che la base giustificativa del licenziamento non
andasse rinvenuta nella giusta causa, bensì nel giustificato motivo soggettivo,
non vertendosi nell’ambito di trasgressioni tali da incidere sul vincolo
fiduciario in modo da imporre il licenziamento per giusta causa, bensì di
fattispecie di inadempimento e neghittosità rilevanti sotto il profilo di una
affidabile resa lavorativa, in quanto determinate da mancanza di diligenza e
impegno professionale.

2. Per la cassazione della sentenza propone ricorso
S.P. affidandolo a quattro motivi.

2.1. Resiste, con controricorso, la J. Italiana
S.r.l.

 

Considerato in diritto

 

1. Con il primo motivo di ricorso si deduce la
violazione ed errata applicazione, in relazione all’art.
360 n. 3 cod. proc. civ., degli artt. 220 c. 1 e 2 e 225 del CCNL Terziario Commercio
del 18 luglio 2008 e della legge n. 300/70
per aver posto a fondamento del licenziamento disciplinare il mancato o erroneo
espletamento di una mansione che non era stata attribuita al lavoratore.

1.1. Sostiene, al riguardo, parte ricorrente che la
redazione e revisione del piano finanziario aziendale ha costituito per il
lavoratore, a decorrere dal mese di marzo 2009, una mansione nuova, la cui
corretta esecuzione non può essere posta a base del licenziamento disciplinare.

2. Il motivo non può trovare accoglimento.

Va premesso, al riguardo, che, secondo
l’insegnamento di questa Corte (da ultimo, Cass.
n. 13534 del 2019 nonché, in terminis, Cass. n.
7838 del 2005 e Cass. n. 18247 del 2009),
il modulo generico che identifica la struttura aperta delle disposizioni di
limitato contenuto ascrivibili alla tipologia delle cd. clausole generali,
richiede di essere specificato in via interpretativa, allo scopo di adeguare le
norme alla realtà articolata e mutevole nel tempo. La specificazione può
avvenire mediante la valorizzazione o di principi che la stessa disposizione
richiama o di fattori esterni relativi alla coscienza generale ovvero di
criteri desumibili dall’ordinamento generale, a cominciare dai principi
costituzionali ma anche dalla disciplina particolare, collettiva, come nel caso
in esame, in cui si colloca la fattispecie. Tali specificazioni del parametro
normativo hanno natura giuridica e la loro errata individuazione è deducibile
in sede di legittimità come violazione di legge (ex plurimis, Cass, n. 13453
del 2019 cit., Cass. n. 6901 del 2016; Cass. n. 6501 del 2013; Cass. n. 6498 del 2012; Cass. n. 25144 del 2010).

Conseguentemente, non si sottrae al controllo di
questa Corte il profilo della correttezza del metodo seguito
nell’individuazione dei parametri integrativi, perché, pur essendo necessario
compiere opzioni di valore su regole o criteri etici o di costume o propri di
discipline e/o di ambiti anche extragiuridici, “tali regole sono tuttavia
recepite dalle norme giuridiche che, utilizzando concetti indeterminati, fanno
appunto ad esse riferimento” (per tutte v. Cass.
n. 434 del 1999), traducendosi in un’attività di interpretazione giuridica
e non meramente fattuale della norma stessa (cfr. Cass. n. 13453 del 2019 cit.,
Cass. n. 5026 del 2004; Cass. n. 10058 del 2005;
Cass. n. 8017 del 2006).

Nondimeno, va sottolineato che l’attività di
integrazione del precetto normativo di cui all’art.
2119 c.c. compiuta dal giudice di merito è sindacabile in cassazione a
condizione, però, che la contestazione del giudizio valutativo operato in sede
di merito non si limiti ad una censura generica e meramente contrappositiva, ma
contenga, invece, una specifica denuncia di non coerenza del predetto giudizio
rispetto agli standards, conformi ai valori.

Sul diverso piano del giudizio di fatto, demandato
al giudice del merito, opera l’accertamento della concreta ricorrenza, nella
fattispecie dedotta in giudizio, degli elementi che integrano il parametro
normativo e sue specificazioni e della loro attitudine a costituire giusta
causa di licenziamento. Quindi occorre distinguere: è solo l’integrazione a
livello generale e astratto della clausola generale che si colloca sul piano
normativo e consente una censura per violazione di legge; mentre l’applicazione
in concreto de! più specifico canone integrativo così ricostruito, rientra
nella valutazione di fatto devoluta al giudice del merito, “ossia il
fattuale riconoscimento della riconducibilità del caso concreto nella
fattispecie generale e astratta” (in termini ancora Cass. n. 18247/2009 e n. 7838/2005 citate).

Questa Corte precisa, pertanto, che “spettano
inevitabilmente al giudice di merito le connotazioni valutative dei fatti
accertati nella loro materialità, nella misura necessaria ai fini della loro
riconducibilità – in termini positivi o negativi – all’ipotesi normativa”
(così, in motivazione, Cass. n. 15661 del 2001, nonché la giurisprudenza ivi
citata).

2.1. Tale distinzione operante per le clausole
generali condiziona la verifica dell’errore di sussunzione del fatto
nell’ipotesi normativa, ascrivibile, per risalente tradizione giurisprudenziale
(v. in proposito Cass. SS.UU. n. 5 del 2001), al vizio di cui al n. 3 dell’art. 360, comma 1, c.p.c. (di recente si segnala
Cass. n. 13747 del 2018).

E’, infatti, solo l’integrazione a livello generale
e astratto della clausola generale che si colloca sul piano normativo e
consente una censura per violazione di legge: l’applicazione in concreto del
più specifico canone integrativo così ricostruito, rientra nella valutazione di
fatto devoluta al giudice del merito, “ossia il fattuale riconoscimento
della riconducibilità del caso concreto nella fattispecie generale e
astratta” (sul punto, fra le altre, Cass.
n.18247 del 2009 e n. 7838 del 2005).

3. Nel caso di specie appare evidente che la
censura, veicolata per il tramite dell’art. 360 n.
3 cod. proc. civ., in ealtà corre lungo i binari della censura fattuale in
quanto mira ad una diversa ricostruzione della fattispecie oltre che ad una
inammissibile diversa valutazione delle risultanze istruttorie di primo grado.

Parte ricorrente, infatti, pur denunciando,
apparentemente, una violazione di legge, chiede in realtà alla Corte di
pronunciarsi sulla valutazione di fatto compiuta dal giudice in ordine alle
conclusioni raggiunte con riguardo alla sussistenza della lamentata negligenza
mentre le argomentazioni da essa sostenute si limitano a criticare sotto vari
profili la valutazione compiuta dalla Corte d’Appello, con doglianze intrise di
circostanze fattuali mediante un pervasivo rinvio ad attività asseritamente
compiute nelle fasi precedenti ed attinenti ad aspetti di mero fatto tentandosi
di portare di nuovo all’attenzione del giudice di legittimità una valutazione
di merito, inerente il contenuto dell’accertamento compiuto circa l’attività
svolta e il conferimento ab origine dell’incarico di redazione del piano
finanziario.

3.1. In particolare, deve ritenersi che la Corte
d’appello abbia accertato, sulla base degli elementi probatori precedentemente
raccolti, che la mansione di redazione del piano finanziario era stata affidata
al P. sin dalla data di ingresso nel “servizio per il quale era stato
selezionato” e ciò risultava confermato, secondo il Collegio, da diversi
indici rivelatori ed in particolare: dalla circostanza che tale attività era
stata descritta e individuata sin dalla ricerca per l’assunzione; dal fatto che
tale attività era stata in precedenza di competenza di altro addetto alla
tesoreria, il S., e solo temporaneamente affidata alla B., poi sostituita dal
P.; dal periodo di diversi mesi in cui il P. stesso era stato affiancato dai
colleghi per essere addestrato alla redazione del piano.

L’insieme di tali circostanze ha condotto il giudice
di secondo grado a ritenere che la redazione del piano finanziario fosse stata
affidata in via esclusiva al P. sin dal suo ingresso in J., accertamento,
questo, eminentemente fattuale su cui nessuna diversa valutazione può essere
effettuata in sede di legittimità non vertendosi nell’ambito della violazione
di legge descritta nel motivo bensì, esclusivamente, in una diversa
considerazione del materiale probatorio raccolto non ammessa in sede di ricorso
per cassazione.

Né può giungersi a diverse conclusioni in base al
contenuto del mansionario richiamato da parte ricorrente atteso che trattasi
esclusivamente di uno degli elementi da cui può arguirsi il conferimento
dell’incarico, elemento che la Corte ha valutato unitamente agli altri non
rivestendo lo stesso carattere assorbente ed anzi essendo reputato dalla Corte
il riferimento ad esso come formalistico e non esauriente.

Va, quindi, rilevato che ci si trova di fronte ad
una ricostruzione della vicenda storica effettuata dai giudici del merito cui
esclusivamente compete e che è invece criticata da parte ricorrente ma il cui
esito, non sconfinando in un risultato irragionevole, per i principi innanzi
richiamati, si sottrae al sindacato di legittimità ed inoltre, non identificando
quali siano i parametri integrativi del precetto normativo elastico che
sarebbero stati violati dai giudici del merito, manca dell’individuazione di
una incoerenza del loro giudizio rispetto agli standards, conformi ai valori
dell’ordinamento, esistenti nella realtà sociale, così traducendosi in una
censura generica e meramente contrappositiva rispetto al giudizio valutativo
operato in sede di merito che ha ritenuto che la mancata adeguata redazione del
piano finanziario si sia tradotta in un giustificato motivo soggettivo
rilevante da legittimare il licenziamento del P. (sul punto si veda Cass. n. 13534/2019 cit.).

4. Con il secondo motivo di ricorso si deduce
l’omesso esame ai sensi dell’art. 360 n. 5 cod.
proc. civ. e l’omessa motivazione circa la mancanza di diligenza e di
impegno professionale del lavoratore alla luce della comunicazione del datore
di lavoro del 07/09/2009 che individua la redazione del piano finanziario quale
obiettivo rilevante ai fini della retribuzione variabile.

4.1. Il motivo non può trovare accoglimento.

Giova sottolineare al riguardo, che, come ribadito
anche di recente da questa Corte (cfr., sul punto, Cass. n. 28887 del 2019)
l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di
omesso esame di un fatto decisivo, censurabile ex art.
360, comma 1, n. 5, c.p.c., qualora il fatto storico, rilevante in causa,
sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza
non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.

D’altro canto, la denuncia di un vizio di
motivazione, nella sentenza impugnata con ricorso per cassazione (ai sensi
dell’art. 360 cod. proc. civ., n. 5) non
conferisce al giudice di legittimità il potere di riesaminare autonomamente il
merito della intera vicenda processuale sottoposta a! suo vaglio, bensì
soltanto quello di controllare, sotto il profilo della correttezza giuridica e
della coerenza logico – formale, le argomentazioni – svolte dal giudice del
merito, al quale spetta in via esclusiva l’accertamento dei fatti, all’esito
della insindacabile selezione e valutazione dello, fonti del proprio
convincimento – con la conseguenza che il vizio di motivazione deve emergere –
secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di questa Corte (vedi,
per tutte: Cass. S.U. 27 dicembre 1997, n. 13045 e, fra le tante: Cass. 18 marzo 2013, n. 6710) – dall’esame del
ragionamento svolto dal giudice di merito, quale risulta dalla sentenza
impugnata, e può ritenersi sussistente solo quando, in quel ragionamento, sia
rinvenibile traccia evidente del mancato (o insufficiente) esame di punti
decisivi della controversia, prospettati dalle parti o rilevabili d’ufficio,
ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni
complessivamente adottate, tale da non consentire l’identificazione del
procedimento logico-giuridico posto a base della decisione, mentre non rileva
la mera divergenza tra valore e significato, attribuiti dallo stesso giudice di
merito agli elementi da lui vagliati, ed il valore e significato diversi che,
agli stessi elementi, siano attribuiti dal ricorrente ed, in genere, dalle
parti. In altri termini, il controllo di logicità del giudizio di fatto –
consentito al giudice di legittimità (dall’art. 360
cod. proc. civ., n. 5) – non equivale alla revisione del “ragionamento
decisorio”, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad
una determinata soluzione della questione esaminata: invero una revisione
siffatta si risolverebbe, sostanzialmente, in una nuova formulazione del
giudizio di fatto, riservato al giudice del merito, e risulterebbe affatto
estranea alla funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità.

In particolare, nel caso di specie, la piana lettura
del motivo di ricorso così come formulato, con il continuo richiamo alle
dichiarazioni rese dai testi escussi, induce a vedere come prospettata una
inammissibile diversa lettura delle risultanze istruttorie mentre la Corte,
proprio sulla base di quelle risultanze, ha si escluso la sussistenza di una
giusta causa di licenziamento non rilevando trasgressioni incidenti sulla sfera
di interessi integrante il vincolo fiduciario in modo tranchant, ma ha ritenuto
la sussistenza del giustificato motivo soggettivo, avendo riscontrato un
difetto di diligenza ed una incapacità rilevanti sotto il profilo di
un’affidabile resa lavorativa, ritenendo provata, come già reputato in primo
grado, la presenza di errori e gravi imperfezioni nel documento redatto dal
ricorrente.

Va anzi rilevato che il Collegio si sofferma a lungo
non solo sul rilievo dei sette mesi di affiancamento di cui il dipendente aveva
goduto, ma, anche, sulle singole inesattezze riscontrate, afferenti l’incidenza
degli interessi passivi con le banche, l’andamento dei rapporti di leasing, che
avevano evidenziato gravi errori e connotati irrealistici nelle previsioni
fondate sui dati trasmessi dagli uffici.

5. Con il terzo motivo di ricorso si deduce la
violazione, ai sensi dell’art. 360 n. 3 cod. proc.
civ., degli artt. 220
c. 1 e 225 CCNL Terziario
commercio per sproporzionalità ed inadeguatezza della sanzione comminata.

Va riaffermato al riguardo che, secondo questa
Corte, spettano al giudice di merito le connotazioni valutative dei fatti
accertati nella loro materialità, nella misura necessaria ai fini della loro
riconducibilità – in termini positivi o negativi – all’ipotesi normativa”
(in motivazione Cass. n. 15661 del 2001, nonché la giurisprudenza ivi citata).

Nell’ambito delle clausole generali come la giusta
causa, quindi, innanzitutto è indispensabile, così come in ogni altro caso di
dedotta falsa applicazione di legge, che si parta dalla ricostruzione della
fattispecie concreta così come effettuata dai giudici di merito (tra le più
recenti: Cass. n. 13534 del 2019 cit. e Cass.
n. 6035 del 2018), altrimenti si trasmoderebbe nella revisione
dell’accertamento di fatto di competenza di detti giudici; dal momento, poi,
che gli elementi da valutare ai fini dell’integrazione della giusta causa di
recesso sono, per consolidata giurisprudenza, molteplici (gravità dei fatti
addebitati, portata oggettiva e soggettiva dei medesimi, circostanze in cui
sono stati commessi, intensità dell’elemento intenzionale, etc.) occorre guardare,
nel sindacato di legittimità, alla rilevanza dei singoli parametri ed al peso
specifico attribuito a ciascuno di essi dal giudice del merito, onde
verificarne il giudizio complessivo che ne è scaturito dalla loro combinazione
e saggiarne la coerenza e la ragionevolezza della sussunzione/nell’ambito della
clausola generale.

Poiché si tratta di una decisione che è il frutto di
selezione e valutazione di una , pluralità di elementi la parte ricorrente, per
ottenere la cassazione della sentenza impugnata sotto il profilo del vizio di
sussunzione, non può limitarsi ad invocare una diversa combinazione dei
parametri ovvero un diverso peso specifico di ciascuno di essi, ma deve
piuttosto denunciare che la combinazione e il peso dei dati fattuali, così come
definito dal giudice del merito, consente comunque la riconduzione alla nozione
legale di giusta causa di licenziamento (cfr. Cass.
n.18715/2016 cit.) o, per il caso che qui interessa, al giustificato motivo
soggettivo.

D’altra parte secondo quanto affermato dalle Sezioni
unite, “il compito del controllo di legittimità può essere soltanto quello
di verificare la ragionevolezza della sussunzione del fatto” (in termini, Cass. SS.UU. n. 23287 del 2010; Cass. SS.UU. n.
1414 del 2004, n. 20024 del 2004, n. 19075 del 2012; per i notai: Cass. SS.UU. n. 4720 del 2012, n. 6967 del 2017) e, pertanto, va ribadito che la
Corte non può, “sostituirsi al giudice del merito nell’attività di
riempimento dei concetti giuridici indeterminati … se non nei limiti di una
valutazione di ragionevolezza” e “il sindacato sulla ragionevolezza è
quindi non relativo alla motivazione del fatto storico, ma alla sussunzione
dell’ipotesi specifica nella norma generale, quale sua concretizzazione”
(così Cass. SS.UU. n. 23287 del 2010);

Orbene, nel caso di specie, la Corte, escludendo la
sussistenza di una irrimediabile lesione del vincolo fiduciario ai fini del
licenziamento per giusta causa, ha, tuttavia, riscontrato una significativa
incapacità e negligenza nello espletamento dell’attività lavorativa rilevante,
così concludendo per la legittimità della sanzione espulsiva e tale
valutazione, immune da vizi logici, non può essere censurata in sede di
legittimità.

D’altro canto, non appare dirimente il riferimento
all’inclusione della retribuzione corrisposta per la redazione del piano
finanziario nell’ambito della retribuzione variabile poiché non può ritenersi
discendere tout court da tale circostanza un rilievo relativo della mansione
considerata tale da escludere la possibilità di licenziamento in caso di
erroneo ed inadeguato svolgimento di essa.

In sostanza, parte ricorrente ribadisce che secondo
il suo giudizio – che è solo quello personale della parte che vi ha interesse –
il fatto addebitato non sarebbe idoneo a costituire giustificato motivo
soggettivo, criticando l’apprezzamento diverso dei giudici d’appello in ordine alla
proporzionalità della sanzione, il che tuttavia esula dal controllo di questa
Corte (ex pluribus: Cass. n. 2289 del 2019; Cass. n. 8293 del 2012; Cass. n. 7948 del 2011; Cass. n. 24349 del 2006;
Cass. n. 3944 del 2005; Cass. n. 444 del 2003),
la quale in queste valutazioni “non può sostituirsi al giudice del
merito”, come ammoniscono le sentenze delle Sezioni unite civili citate.

6. Con il quarto motivo di ricorso si deduce la
violazione dell’art. 360 n. 3 cod. proc. civ. e
degli artt. 2049 e 2087
cod. civ. nel non aver configurato la Corte l’esistenza di un danno
biologico subito dal lavoratore per effetto di condotte vessatorie operate da
un superiore e tollerate dall’azienda pur circoscritte ad un periodo di tempo
limitato.

6.1. Il motivo è infondato.

La Corte d’appello muove, infatti, dalla stessa
formulazione dei capitoli di prova proposti in sede di appello incidentale per
escludere “in radice” il fenomeno del mobbing per assenza di condotte
vessatorie sistematicamente orientate a causare offese di ordine professionale e/o
rilevati sul piano psichico e morale.

Anche con riguardo a tale aspetto, il ricorrente
invoca una diversa valutazione fattuale dell’accaduto ed in particolare critica
le conclusioni circa l’assenza di sistematici comportamenti vessatori raggiunta
dalla Corte che invece da congruamente conto del proprio iter motivazionale
nell’affermare che pur potendo ravvisarsi “qualche aspra invettiva e
offesa esternata dal F.” ha escluso la configurabilità di qualsivoglia
ipotesi di mobbing trattandosi, al più, di “isolato e circoscritto
dissidio sorto solo durante uno stato avanzato del rapporto di lavoro e, in
ragione dei pochi elementi a disposizione, privo di apprezzabile
continuità”.

Il dato di partenza da cui muove il ricorrente e,
cioè, le “condotte vessatorie operate da un superiore” risulta
escluso in punto di fatto dalla Corte e, pertanto, non ne può essere
riesaminata la conclusione da questa Corte senza illegittimamente invadere il
campo delle indagini fattuali precluso al giudice di legittimità.

7. Alla luce delle suesposte argomentazioni, quindi,
il ricorso va respinto.

7.1. Le spese seguono la soccombenza e vanno
liquidate come in dispositivo.

Sussistono i presupposti processuali per il
versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di
contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dell’art.
1 -bis dell’articolo 13 comma 1
quater del d.P.R. n. 115 del 2002, se dovuto.

 

P.Q.M.

 

Respinge il ricorso. Condanna la parte ricorrente
alla rifusione, in favore della parte controricorrente, delle spese di lite,
che liquida in complessivi euro 4000,00 per compensi e 200,00 per esborsi,
oltre spese generali al 15% e accessori di legge. Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del d.P.R. n.
115 del 2002, da atto della sussistenza dei presupposti processuali per il
versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di
contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dell’art.
1 – bis dello stesso articolo 13,
se dovuto.

Giurisprudenza – CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 02 luglio 2020, n. 13625
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