L’intento di rappresaglia, determinante ai fini del provvedimento espulsivo, può essere provato dal lavoratore anche sulla base di elementi indiziari. 

Nota a Cass. 17 giugno 2020, n. 11705

Matteo Iorio

Il licenziamento per ritorsione, diretta o indiretta, assimilabile al licenziamento discriminatorio vietato dagli artt. art. 4, L. n. 604/1966, 15, L. n. 300/1970, 3, L. n. 108/1990) costituisce l’ingiusta e arbitraria reazione ad un comportamento legittimo del lavoratore colpito o di altra persona ad esso legata e, pertanto, accomunata nella reazione. Esso è affetto da nullità, con la conseguenza che il lavoratore ha diritto alla tutela reintegratoria e risarcitoria apprestata dall’ordinamento giuridico ai sensi dell’art. 18, L. n. 300/1970 (come modificato dalla L. n. 92/2012). Ciò, quando il motivo di ritorsione sia stato l’unico determinante e il dipendente ne abbia fornito prova, anche mediante presunzioni, tra cui “presenta un ruolo non secondario” la dimostrazione dell’inesistenza del diverso motivo addotto a giustificazione della sanzione espulsiva o di alcun motivo ragionevole.

Tali principi sono stati ribaditi dalla Corte di Cassazione 17 giugno 2020, n. 11705, confermando la pronuncia di merito (App. Napoli n. 7544/2017) che aveva ritenuto “ingiustificato e pretestuoso” il licenziamento di un dirigente in ragione di una pluralità di elementi presuntivi, quali l’infondatezza e la genericità degli addebiti, il contenzioso in corso per una questione retributiva, la progressiva emarginazione del lavoratore e la quasi totale sua esautorazione dalle funzioni ricoperte, realizzatasi nel periodo immediatamente precedente il provvedimento espulsivo. Sulla base di tali motivi, il giudice territoriale aveva dichiarato la nullità del licenziamento, in quanto ritorsivo, ed ordinato la reintegrazione in servizio del dirigente interessato nonché la condanna della società al risarcimento del danno.

In merito, la Corte ha precisato che il lavoratore, che ritenga di essere stato espulso sulla base di addebiti meramente pretestuosi, ha l’onere di dimostrare sia il motivo (illecito) determinante la volontà datoriale che l’esclusività dello stesso, ossia l’assenza di altre ragioni lecite che giustifichino il licenziamento. Ciò anche attraverso l’allegazione di elementi, compresi quelli idonei ad escludere il giustificato motivo oggettivo, che “da soli o nel concorso con altri, nella loro valutazione unitaria e globale”, consentano di ritenere provato, anche in via presuntiva, l’intento vendicativo del datore di lavoro (Cass. n. 23583/2019, annotata in questo sito da K. PUNTILLO, Licenziamento ritorsivo; Cass. n. 24648/2015; Cass. n. 17087/2011; Cass. n. 6282/2011).

Licenziamento ritorsivo: dimostrabile anche per presunzioni
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