Giurisprudenza – CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 10 novembre 2020, n. 25219

Cassa Nazionale di Previdenza dei Dottori Commercialisti,
Pensione di anzianità, Richiesta di ricongiunzione presso la Cassa dei
contributi a suo tempo versati presso la Cassa di Previdenza dei Consulenti del
Lavoro, Non sussiste

 

Rilevato in fatto

 

che, con sentenza depositata l’8.5.2014, la Corte
d’appello di Palermo ha confermato la pronuncia di primo grado che aveva
rigettato la domanda proposta da S. G. volta a conseguire la pensione di
anzianità da parte della Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza dei Dottori
Commercialisti nonché la sua richiesta di ricongiunzione presso la Cassa
medesima dei contributi a suo tempo versati presso la Cassa di Previdenza dei
Consulenti del Lavoro;

che avverso tale pronuncia S. G. ha proposto ricorso
per cassazione, deducendo quattro motivi di censura, illustrati con memoria;

che la Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza
dei Dottori Commercialisti ha resistito con controricorso;

 

Considerato in diritto

 

che, con il primo motivo, il ricorrente denuncia
violazione dell’art. 3, I. n. 21/1986, e mancata applicazione dell’art. 14 del
Regolamento della Cassa approvato il 17.7.2004, anche sotto il profilo della
disparità di trattamento, per avere la Corte di merito ritenuto che il
requisito della cancellazione dall’Albo dei Dottori Commercialisti fosse
condizione necessaria per l’accesso alla prestazione di vecchiaia anticipata,
laddove la Corte costituzionale, con sentenza n. 137/2006, aveva dichiarato
l’illegittimità costituzionale dell’analoga disposizione contenuta nella legge
n. 773/1982 (recante riforma della Cassa nazionale di previdenza dei Geometri)
e l’art. 14 del Regolamento della Cassa afferma la compatibilità della
prestazione pensionistica con l’iscrizione a qualsiasi albo o elenco;

che, con il secondo motivo, il ricorrente lamenta
violazione dell’art. 1, comma 1, I. n. 45/1990, per avere la Corte territoriale
ritenuto che non si potesse far luogo alla ricongiunzione dei contributi da lui
versati nel periodo 1972- 1974 presso la Cassa di Previdenza dei Consulenti del
Lavoro sul presupposto che egli godesse di pensione a carico dell’INPDAP, che
invece era stata conseguita senza l’utilizzo dei contributi de quibus;

che, con il terzo motivo, il ricorrente si duole di
omesso esame circa un fatto decisivo per non avere la Corte di merito statuito
sulla domanda subordinata di totalizzazione dei contributi in questione, pur
essendo stata essa riproposta in appello;

che, con il quarto motivo, il ricorrente deduce
violazione del r.d. n. 1269/1938 e dell’art. 50, I. n. 153/1969, per come
modificato dall’art. 2-novies, d.l. n. 30/1974 (conv. con I. n. 114/1974), per
avere la Corte territoriale ritenuto che la facoltà di riscatto a fini
contributivi del periodo di studi universitari fosse possibile a condizione che
tale periodo non fosse già altrimenti coperto da un’assicurazione obbligatoria;

che il primo motivo è infondato nella parte in cui
denuncia violazione dell’art. 3, I. n. 21/1986, dovendo sul punto condividersi
la valutazione della sentenza impugnata circa la manifesta infondatezza del
dubbio di incostituzionalità della disposizione cit. (che effettivamente
subordina la corresponsione della pensione alla previa cancellazione dall’Albo)
alla stregua di quanto già rilevato da Corte cost. n. 73 del 1992 in ordine
all’analoga disposizione contenuta nell’art. 3, I. n. 576/1980, recante
riordino della disciplina della previdenza forense;

che contrari argomenti non possono desumersi
dall’ulteriore pronuncia della Corte costituzionale richiamata in ricorso,
essendosi quest’ultima limitata a far proprie, ai fini della declaratoria
d’illegittimità dell’art. 3, comma 2°, I. n. 773/1982, le medesime
argomentazioni di Corte cost. n. 73 del 1992, cit., che – come puntualmente
ricordato nella sentenza impugnata – ha dichiarato l’infondatezza della
questione sotto il profilo della necessità di cancellarsi dall’Albo degli
Avvocati, accogliendola limitatamente alla questione dell’impossibilità di
iscriversi in qualsiasi altro albo o elenco;

che il motivo è invece inammissibile nella parte in
cui pretende di censurare ex art. 360 n. 3 c.p.c. la violazione dell’art. 14
del Regolamento della Cassa, trattandosi di normativa emanata da un ente che, a
seguito della trasformazione disposta dall’art. 1, d.lgs. n. 509/1994, è a
tutti gli effetti un ente di diritto privato, ed essendo la giurisprudenza di
questa Corte di legittimità costante nel ritenere che non possono avere valore
regolamentare in senso proprio (cioè ex art. 1, n. 2, prel. c.c.) i regolamenti
e gli statuti delle persone giuridiche di diritto privato, trattandosi di atti
cui va attribuita natura squisitamente negoziale, indipendentemente dalla loro
successiva approvazione con decreto ministeriale, e rispetto ai quali il
sindacato di legittimità è confinato all’evenienza che venga dedotta una
qualche violazione dei canoni di ermeneutica contrattuale di cui agli artt.
1362 ss. c.c. (così, da ult., Cass. n. 31000/2019);

che parimenti inammissibile è il secondo motivo,
atteso che la questione del mancato utilizzo della contribuzione di cui s’è
chiesta la ricongiunzione ai fini del conseguimento della pensione INPDAP è
vicenda di cui la sentenza impugnata nulla dice e, richiedendo accertamenti di
fatto, non può  essere dedotta in questa
sede di legittimità senza precisare  come
e quando essa sarebbe stata introdotta nel giudizio di merito (così da ult.
Cass. n. 32804 del 2019);

che affatto inammissibile è il terzo motivo, atteso
che – in disparte i difetti di specificità, non essendosi trascritto in ricorso
l’atto di appello, nemmeno nella misura necessaria a documentare la consistenza
della domanda spiegata in subordine, e non essendosi chiarito in quale parte
del fascicolo processuale e/o di merito esso sarebbe attualmente reperibile – è
consolidato il principio di diritto secondo cui, ove nel ricorso per cassazione
si lamenti l’omessa pronuncia in ordine ad una delle domande o eccezioni
proposte, pur non essendo indispensabile che si faccia esplicita menzione della
ravvisabilità della fattispecie di cui all’art. 112 c.p.c., occorre pur sempre
che il motivo rechi univoco riferimento alla nullità della decisione derivante
dalla relativa omissione, dovendosi, invece, dichiarare inammissibile il
gravame allorché sostenga che la motivazione sia mancante o insufficiente o si
limiti ad argomentare sulla violazione di legge (così Cass. S.U. n. 17913 del
2013 e innumerevoli successive conformi);

che il quarto motivo rimane logicamente assorbito,
essendo volto a censurare un’argomentazione che la Corte territoriale ha
rassegnato ad abundantiam rispetto al carattere decisivo del mancato possesso
del requisito della mancata cancellazione dall’albo ai fini del conseguimento
della pensione richiesta;

che il ricorso, conclusivamente, va rigettato,
provvedendosi come da dispositivo sulle spese del giudizio di legittimità, che
seguono la soccombenza;

che, in considerazione del rigetto del ricorso,
sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del
ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a
quello, ove dovuto, previsto per il ricorso;

 

P.Q.M.

 

rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente alla
rifusione delle spese del giudizio di legittimità, che si liquidano in
complessivi € 3.200,00, di cui € 3.000,00 per compensi, oltre spese generali in
misura pari al 15% e accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, d.P.R. n.
115/2002, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il
versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di
contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma del
comma 1-bis dello stesso art. 13.

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