Giurisprudenza – CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 10 maggio 2021, n. 12358

Professionista, Avvocato, Iscrizione gestione separata,
Esercizio abituale della professione, Prova

Fatti di causa

 

Con sentenza depositata il 23.4.2019, la Corte
d’appello di Bari, riformando la pronuncia di primo grado, ha dichiarato l’Avv.
A. P. non tenuto ad iscriversi presso la Gestione separata in relazione ai
periodi nei quali aveva prodotto un reddito inferiore ai minimi previsti per
l’obbligatorietà dell’iscrizione presso la Cassa Nazionale Forense.

La Corte, in particolare, ha ritenuto che, sebbene
non potesse in linea generale dubitarsi dell’obbligatorietà dell’iscrizione
alla Gestione separata per coloro che esercitano abitualmente la professione di
avvocato e che non sono tenuti a iscriversi presso la Cassa Nazionale Forense,
il fatto che la professionista avesse percepito redditi di importo inferiore a
€ 5.000,00 rappresentasse un indizio della natura occasionale dell’attività
svolta, rispetto al quale l’Istituto non aveva dato prova alcuna a supporto
della sua natura abituale.

Avverso tali statuizioni ha proposto ricorso per
cassazione l’INPS, deducendo un unico motivo di censura, successivamente
illustrato con memoria. L’Avv. A. P. ha resistito con controricorso ed ha
proposto ricorso incidentale basato su due articolati motivi.

 

Ragioni della decisione

 

Con l’unico motivo di censura, l’INPS denuncia
violazione e falsa applicazione degli artt. 2, commi 26 ss., I. n. 335/1995,
18, commi 1 e 2, d.l. n. 98/2011 (conv.
con I. n. 111/2011), 21 comma 8, I. n. 247/2012, e 44, d.l.
n. 269/2003 (conv. con I. n. 326/2003), per avere la
Corte di merito ritenuto che la produzione di un reddito inferiore alla soglia
di € 5.000,00, di cui alla norma ult. cit.,
costituisse elemento sintomatico decisivo ai fini della valutazione
dell’occasionalità della prestazione, senza considerare le ulteriori
circostanze acquisite al processo e rimaste incontestate, vale a dire il
mancato inserimento del reddito da lavoro autonomo tra i redditi diversi ai
fini fiscali e la titolarità di partita IVA.

Il controricorrente, a sua volta, ha proposto
ricorso incidentale basato su due motivi principali: 1) relativo alla
violazione e falsa applicazione dell’art. 2 commi 25 e 26 I. n. 335 del 1995 e
dell’art. 18 legge n. 111 del 2011, quanto all’affermazione dell’obbligo di
iscrizione presso la gestione separata; 2) relativo alla violazione e falsa
applicazione dell’art. 2935 c.c., dovendosi ritenere comunque prescritto il
credito preteso.

Il motivo del ricorso principale è infondato.

Va premesso che, ricostruendo la portata precettiva
dell’art. 2, comma 26, I. n. 335/1995, per come autenticamente interpretato
dall’art. 18, comma 12, d.l. n. 98/2011 (conv. con I. n. 111/2011), questa Corte, sulla scorta di Cass. S.U. n. 3240 del 2010, ha avuto modo di affermare più
volte che l’obbligo di iscrizione alla Gestione separata è genericamente
rivolto a chiunque percepisca un reddito derivante dall’esercizio abituale
(ancorché non esclusivo) ed anche occasionale (oltre la soglia monetaria
indicata nell’art. 44, comma 2, d.l. n. 269/2003, conv. con I. n. 326/2003) di un’attività professionale per
la quale è prevista l’iscrizione ad un albo o ad un elenco, tale obbligo
venendo meno solo se il reddito prodotto dall’attività professionale predetta è
già integralmente oggetto di obbligo assicurativo gestito dalla cassa di riferimento
(così, espressamente, Cass. n. 32167 del 2018, in
motivazione, cui hanno dato continuità, tra le numerose, Cass.
nn. 519 del 2019, 317 e 1827 del 2020, 477 e 478 del
2021). E trattasi di affermazione che discende agevolmente dalla lettura del
combinato disposto degli artt. 2, comma 26, I. n. 335/1995, e dell’art. 44, d.l. n. 269/2003, entrambi cit., il primo dei quali, per
quanto qui rileva, prevede l’obbligatorietà dell’iscrizione a carico dei
«soggetti che esercitino, per professione abituale, ancorché non esclusiva,
attività di lavoro autonomo, di cui al comma 1 dell’articolo 49 del testo unico
delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della
Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni ed
integrazioni», mentre il secondo, a decorrere dal 1 gennaio 2004, estende tale
obbligo anche ai «soggetti esercenti attività di lavoro autonomo occasionale
[…] solo qualora il reddito annuo derivante da dette attività sia superiore
ad euro 5.000».

Nell’intento del legislatore, reso palese dalla
lettera delle disposizioni citate, l’obbligatorietà dell’iscrizione presso la
Gestione separata da parte di un professionista iscritto ad albo o elenco è
collegata, infatti, all’esercizio abituale, ancorché   non esclusivo, di una professione che dia
luogo ad un reddito non assoggettato a contribuzione da parte della cassa di
riferimento; la produzione di un reddito superiore alla soglia di euro 5.000,00
costituisce invece il presupposto affinché anche un’attività di lavoro autonomo
occasionale possa mettere capo all’iscrizione presso la medesima Gestione,
restando invece normativamente irrilevante qualora ci si trovi in presenza di
un’attività lavorativa svolta con i caratteri dell’abitualità.

Dirimente è, insomma, il modo in cui è svolta
l’attività libero professionale, se in forma abituale o meno; e se
nell’accertamento di fatto di tale requisito ben possono rilevare le
presunzioni ricavabili, ad es., dall’iscrizione all’albo, dall’accensione della
partita IVA, dalle dichiarazioni rese ai fini fiscali o dall’organizzazione
materiale predisposta dal professionista a supporto della sua attività, non è
meno vero che trattasi pur sempre di forme di praesumptio
hominis, che non impongono all’interprete conclusioni
indefettibili, ma semplici regole di esperienza per risalire al fatto ignoto da
quello noto.

Sotto questo profilo, deve escludersi che – come
invece preteso dall’Istituto ricorrente – tali regole di esperienza siano
passibili di irrigidirsi in virtù della normazione positiva dettata dagli artt.
61 e 69-bis, d.lgs. n. 276/2003, così da trapassare nel campo della presunzione
legale: tanto l’art. 61, comma 3, d.lgs. n. 276/2003, nella parte in cui
prevede che «sono escluse dal campo di applicazione del presente capo le
professioni intellettuali per l’esercizio delle quali è necessaria l’iscrizione
in appositi albi professionali», quanto il successivo art. 69-bis, comma 3, che
esclude dalla presunzione di continuatività di cui al
precedente comma 1 le «prestazioni lavorative svolte nell’esercizio di attività
professionali per le quali l’ordinamento richiede l’iscrizione ad un ordine
professionale», sono preordinati a dettare discipline di favore per i
committenti e i prestatori di attività riconducibili ad una professione
intellettuale per il cui esercizio sia necessaria l’iscrizione ad apposito albo
professionale, stabilendo rispettivamente che esse non necessitano
dell’individuazione di uno specifico progetto per essere dedotte in un
contratto di collaborazione e che, ai fini fiscali, non possono presumersi
continuative; si tratta, in altri termini, di disposizioni che operano l’una
nell’ambito dei rapporti tra le parti contraenti e l’altra nei confronti
dell’Erario, ma dalle quali non è possibile desumere alcuna presunzione iuris et de iure tale per cui un’attività
libero-professionale che possa essere svolta solo previa iscrizione ad un albo
o elenco debba necessariamente qualificarsi come “abituale” ai fini
dell’iscrizione alla Gestione separata.

Resta piuttosto da osservare che, una volta chiarito
che il requisito dell’abitualità dev’essere accertato in punto di fatto,
valorizzando all’uopo le presunzioni ricavabili ad es. dall’iscrizione
all’albo, dalle dichiarazioni rese ai fini fiscali, dall’accensione della
partita IVA o dall’organizzazione materiale predisposta dal professionista a
supporto della sua attività, ben può la percezione da parte del libero
professionista di un reddito annuo di importo inferiore a € 5.000,00 rilevare
quale indizio per escludere che, in concreto, l’attività sia stata svolta con
carattere di abitualità, così come in concreto ritenuto dalla Corte
territoriale: fermo restando che l’abitualità di cui si discute dev’essere
apprezzata nella sua dimensione di scelta ex ante del libero professionista,
coerentemente con la disciplina ch’è propria delle gestioni dei lavoratori
autonomi, e non invece come conseguenza ex post desumibile dall’ammontare di
reddito prodotto, dal momento che ciò equivarrebbe a tornare ad ancorare il
requisito dell’iscrizione alla Gestione separata alla produzione di un reddito
superiore alla soglia di cui all’art. 44, d.l. n.
269/2003, cit., che invece, come detto, rileva ai fini dell’assoggettamento a
contribuzione di attività libero professionali svolte in forma occasionale, non
si tratta che di un ragionamento presuntivo mediante il quale si utilizzano
circostanze note per risalire ad un fatto ignoto. Ed è appena il caso di
soggiungere che, sebbene l’Istituto ricorrente abbia lamentato che, nel caso di
specie, non sarebbero state adeguatamente valorizzate ulteriori circostanze
fattuali acquisite al processo (l’accensione di partita IVA e il mancato
inserimento del reddito da lavoro autonomo tra i redditi diversi), nulla della
loro sussistenza è dato leggere nella sentenza impugnata, né l’Istituto ha
specificamente illustrato in quale luogo e in quale grado del processo di
merito esse sarebbero state veicolate nel giudizio e discusse tra le parti, con
la conseguenza che, per questa parte, la censura deve reputarsi radicalmente
inammissibile.

Il ricorso principale, pertanto, va rigettato.
Restano assorbiti i motivi proposti con il ricorso incidentale dal momento che
presuppongono il positivo accertamento dell’obbligo di iscrizione alla gestione
separata che invece, nel caso di specie, è stato negato.

Le spese seguono la soccombenza nella misura
liquidata in dispositivo.

 

P.Q.M.

 

rigetta il ricorso, dichiara assorbito il ricorso
incidentale e condanna il ricorrente principale al pagamento delle spese del
giudizio di legittimità che liquida in euro 700,00 per compensi, oltre ad euro
200,00 per esborsi, spese forfetarie nella misura del 15% e spese accessorie di
legge. Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, d.P.R.
n. 115/2002, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il  versamento da parte del ricorrente principale
dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove
dovuto, per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

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