Giurisprudenza – CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 18 maggio 2021, n. 13537

Rapporto di lavoro, Trasferimento, Dirigente, Mantenimento
in servizio, Elevata esperienza professionale, Mancata corresponsione degllo
stipendio

 

Rilevato

 

che U. G. ha proposto ricorso dinanzi al Tribunale
di Cassino, nei confronti della S.p.A. A. A., rappresentando che: con decreto
n. 334/2003, a firma del Presidente della Giunta regionale, era stato disposto
che, a partire dall’1.10.2003, tutto il personale in servizio presso il C.A.R.A.
fosse trasferito all’A. di Frosinone (ora A. A. S.p.A.), quale nuovo gestore
del Servizio Idrico integrato; «attesa l’elevata esperienza professionale»
maturata dal G., la A. ATO aveva manifestato l’intenzione di mantenerlo in
servizio, chiedendogli di prestare la propria opera anche successivamente alla
data del 6.10.2004, «termine previsto dalla delibera n. 559/2002, con la quale
il C.A.R.A. aveva deciso il trattenimento in servizio del dirigente oltre il
65° anno di età»; le assicurazioni sulla prosecuzione del rapporto di lavoro
erano state esternate dal direttore dell’A.A. anche alla presenza di numerose
persone; pertanto, il medesimo aveva continuato a prestare la propria opera,
senza interruzione, presso il proprio ufficio nella sede dell’A. A. S.p.A. di
Cassino, senza ricevere lo stipendio per alcuni mesi, nonostante la richiesta
di vedere regolarizzata la propria posizione; in data 28.1.2005, l’A.A. S.p.A.
gli aveva inviato una lettera con la quale era stato formalizzato un incarico
di consulenza semestrale, a partire dal 6.10.2004 – senza alcun riferimento
all’aspetto retributivo -, con la richiesta contestuale di rendere disponibile
la postazione di lavoro occupata in precedenza e di restituire il telefono
cellulare aziendale in dotazione; non gli erano stati corrisposti gli stipendi
relativi ai mesi di ottobre, novembre, dicembre 2004 e gennaio 2005, né la
retribuzione variabile incentivante per l’anno 2004, né le ferie non godute per
quest’ultimo anno; chiedeva, quindi, che venisse accertata la fondatezza delle
richieste economiche formulate e che l’A. A. S.p.A. venisse condannata al
pagamento della somma di Euro 160.869,55, nonché al versamento dei contributi
previdenziali, oltre alla somma dovuta a titolo di TFR; la società resistente
aveva contestato tutti gli assunti del G., chiedendo il rigetto del ricorso;

che, con la sentenza n. 122/2011, resa in data
20.1.2011, il Tribunale di Cassino, in parziale accoglimento del ricorso, ha
condannato la società al pagamento della somma di Euro 1.491,84 a titolo di
indennità di ferie non godute, pari a cinque giorni (come da documentazione
prodotta dalla società datrice di lavoro e solo genericamente contestata),
rigettando le altre pretese, in quanto «al compimento del biennio si è prodotta
automaticamente la cessazione del rapporto senza alcuna necessità del
preavviso» e non essendo rimasta delibata «la prosecuzione del rapporto di
lavoro subordinato dopo il pensionamento»;

che, con sentenza pubblicata in data 13.10.2015, la
Corte di Appello di Roma ha rigettato il gravame interposto da U.G. avverso la
detta pronunzia;

che per la cassazione della sentenza ha proposto
ricorso il G. articolando due motivi, cui la A. A. S.p.A. ha resistito con
controricorso;

che il P.G. non ha formulato richieste

 

Considerato

 

che, con il ricorso, si censura: 1) in riferimento
all’art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c., l’omesso esame su un fatto decisivo
per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (trasferimento
ai sensi dell’art. 2112 c.c. del dirigente G. dal C.A.R.A. ad A. A. S.p.A. e
conseguente normativa applicabile al rapporto di lavoro), e si deduce che «la
motivazione appare insufficiente perché non ha preso in considerazione un fatto
decisivo per la corretta applicazione della normativa di riferimento al caso di
specie e, cioè, il passaggio dell’Ing. U. G. da dirigente del Consorzio degli
Acquedotti Riuniti degli Aurunci a dirigente di A. A. S.p.A. (già A. Frosinone
S.p.A.) ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 2112 c.c.», non avendo la Corte
di merito considerato, nella propria motivazione, tale evento e non avendo,
pertanto, risolto il problema sollevato in merito all’applicabilità della
normativa nei casi di specie e che faceva parte integrante del secondo motivo
di impugnazione della sentenza di primo grado; 2) in riferimento all’art. 360,
primo comma, n. 4, c.p.c., la «nullità della sentenza di appello in relazione
al mancato esame delle risultanze istruttorie di primo grado, nonché di un
documento decisivo ai fini dell’accoglimento del terzo motivo di impugnazione.
Violazione dell’art. 116, primo comma, c.p.c.», per la mancata valutazione, da
parte dei giudici di seconda istanza, di tutti i mezzi di prova offerti in
comunicazione, ad eccezione delle dichiarazioni rese dal teste A.I., poste a
fondamento della decisione impugnata; che il primo motivo è inammissibile, in
primo luogo, perché deduce una questione (quella relativa alla normativa,
privata o pubblica, applicabile al caso di specie) riguardo alla quale il
ricorrente non specifica se sia stata proposta in primo grado e ribadita
dinanzi alla Corte di merito; e, dunque, appare nuova nel presente giudizio;
non risulta, peraltro, che la parte ricorrente abbia prodotto (né trascritto,
né indicato tra i documenti offerti in comunicazione unitamente al ricorso), in
violazione del disposto di cui all’art. 366, primo comma, n. 6, c.p.c., l’atto
di gravame (ed in particolare «il secondo motivo» che la Corte di merito
avrebbe «omesso di esaminare»): e ciò, appunto, in violazione del principio,
più volte ribadito da questa Corte, che definisce quale onere della parte
ricorrente quello di indicare lo specifico atto precedente cui si riferisce, in
modo tale da consentire alla Corte di legittimità di controllare ex actis la
veridicità delle proprie asserzioni prima di esaminare il merito della
questione (Cass. n. 14541/2014). Il ricorso per cassazione deve, infatti,
contenere tutti gli elementi necessari a costituire le ragioni per cui si
chiede la cassazione della sentenza di merito ed a consentire la valutazione
della fondatezza di tali ragioni, senza che sia necessario fare rinvio a fonti
esterne al ricorso e, quindi, ad elementi o atti concernenti il pregresso grado
di giudizio di merito (cfr., tra le molte, Cass. nn. 10551/2016; 23675/2013; 1435/2013).
Pertanto, fatte queste premesse, è altresì superfluo soffermarsi sul fatto che
la censura – che, nella sostanza, denunzia la «motivazione insufficiente» della
sentenza impugnata: v. pag. 10 del ricorso – sarebbe stata comunque
inammissibile per la formulazione non più consona con le modifiche introdotte
al n. 5 del primo comma dell’art. 360 c.p.c. dall’art. 54, comma 1, lett. b),
del D.I. n. 83 del 2012, convertito, con modificazioni, nella I. n. 134 del
2012, applicabile, ratione temporis, al caso di specie, poiché la sentenza
oggetto del giudizio di legittimità è stata pubblicata, come riferito in
narrativa, il 13.10.2015;

che il secondo motivo è inammissibile, innanzitutto,
perché teso, all’evidenza, ad ottenere un nuovo esame del merito. Inoltre,
censura la motivazione della sentenza per la «non corretta valutazione dei
mezzi di prova» da parte dei giudici di seconda istanza, ma non fa riferimento,
alla stregua della pronunzia delle Sezioni Unite n. 8053 del 2014, ad un vizio
della sentenza «così radicale da comportare», in linea con «quanto previsto
dall’art. 132, n. 4, c.p.c., la nullità della pronunzia per mancanza di
motivazione», non potendosi configurare, nella fattispecie, un caso di
motivazione apparente o di mancanza di motivazione, da cui conseguirebbe la non
idoneità della sentenza a consentire il controllo delle ragioni poste a
fondamento della stessa, dato che la Corte di merito è pervenuta alla decisione
oggetto del giudizio di legittimità con argomentazioni analitiche e del tutto condivisibili
e scevre da vizi logico-giuridici;

che, peraltro, in ordine alla valutazione degli
elementi probatori, posto che la stessa è attività istituzionalmente riservata
al giudice di merito, non sindacabile in Cassazione se non sotto il profilo
della congruità della motivazione del relativo apprezzamento (nella
fattispecie, peraltro, del tutto congrua, condivisibile e scevra da vizi
logici), alla stregua dei costanti arresti giurisprudenziali di questa Suprema
Corte, qualora il ricorrente denunzi, in sede di legittimità, l’omessa o errata
valutazione di prove testimoniali, ha l’onere non solo di trascriverne il testo
integrale nel ricorso per cassazione, ma anche di specificare i punti ritenuti
fondamentali, al fine di consentire il vaglio di decisività che avrebbe
eventualmente dovuto condurre il giudice ad una diversa pronunzia, con
l’attribuzione di una diversa valutazione alle dichiarazioni testimoniali
relativamente alle quali si denunzia il vizio (cfr., ex multis, Cass. nn.
17611/2018; 13054/2014; 6023/2009); nel caso di specie, invero, la
contestazione, del tutto generica, sulla pretesa errata valutazione delle
dichiarazioni dei testi addotti da entrambe le parti, si risolve in una
inammissibile richiesta di riesame di eleménti di fatto e di verifica
dell’esistenza di fatti decisivi sui quali la motivazione sarebbe mancata o
sarebbe stata illogica (cfr. Cass. nn. 24958/2016; 4056/2009), finalizzata ad
ottenere una nuova pronunzia sul fatto, certamente estranea alla natura ed alle
finalità del giudizio di cassazione (cfr., ex plurimis, Cass., S.U., n.
24148/2013; Cass. n. 14541/2014);

che, per tutto quanto in precedenza esposto, il
ricorso va dichiarato inammissibile;

che le spese, liquidate come in dispositivo, seguono
la soccombenza;

che, avuto riguardo all’esito del giudizio ed alla
data di proposizione del ricorso sussistono i presupposti processuali di cui
all’art. 13, comma 1-quater, dei d.P.R. n. 115 del 2002, secondo quanto
specificato in dispositivo

 

P.Q.M.

 

dichiara inammissibile il ricorso; condanna il
ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in
Euro 4.200,00, di cui Euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre spese
generali nella misura del 15% ed accessori di legge. Ai sensi dell’art. 13,
comma 1-quater del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei
presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente,
dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto
per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso articolo 13, se dovuto.

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